Racconti

A 73 anni ho riaperto una porta che credevo chiusa per sempre

Mi chiamo Elena, ho 73 anni e vivo in un piccolo paese sulle colline umbre.

Per quasi sei anni ho abitato dentro giornate tutte uguali. Mio marito Giulio se n’era andato dopo una malattia breve e feroce, di quelle che non lasciano il tempo di capire cosa stia accadendo. Un mese prima progettavamo di sistemare il giardino. Poco dopo, il suo cappotto era ancora appeso all’ingresso, ma lui non sarebbe più tornato a indossarlo.

All’inizio la casa era piena di persone. Figli, parenti, vicini, telefonate, piatti lasciati nel frigorifero. Poi, lentamente, ognuno tornò alla propria vita.

Io rimasi nella mia.

La mattina aprivo le finestre, preparavo il caffè e apparecchiavo per una sola persona. La sera accendevo la televisione più per sentire una voce che per seguire i programmi. Avevo imparato a non aspettare nulla. Non ero disperata. Ero diventata immobile.

Fu mia sorella a convincermi a partecipare a un gruppo di cammino organizzato dalla biblioteca comunale.

«Almeno esci due volte alla settimana», mi disse.

La prima mattina avrei voluto inventare un mal di schiena. Fuori pioveva, avevo dormito male e non conoscevo nessuno. Poi vidi le scarpe nuove che avevo comprato apposta e mi vergognai all’idea di lasciarle inutilizzate.

Andai.

Eravamo in dodici. Tra loro c’era Sergio, 76 anni, ex ferroviere, divorziato da molto tempo. Portava un cappello di lana troppo grande e parlava con chiunque, persino con i cani dietro i cancelli.

Non mi piacque subito. Mi sembrava rumoroso, invadente, troppo allegro.

Durante la seconda uscita, però, rimasi indietro su una salita. Lui rallentò senza farmelo notare.

«Io vado piano perché voglio vedere il panorama», disse.

Avevo capito benissimo che lo faceva per me, ma non lo ringraziai. Gli risposi che il panorama era dall’altra parte.

Rise.

Da quel giorno cominciammo a camminare vicini.

Parlavamo di cose semplici. Del prezzo dell’olio, dei nipoti, delle piante che non sopravvivono all’inverno. Io gli raccontai che Giulio aggiustava qualsiasi oggetto con il nastro adesivo e che in garage conservavo ancora una radio rotta perché non avevo avuto il coraggio di buttarla.

Sergio non cercava di consolarmi. Non diceva che il tempo cura tutto. Non pronunciava frasi preparate. Mi ascoltava e, quando non sapeva cosa dire, restava in silenzio.

Era la cosa che apprezzavo di più.

Un pomeriggio mi telefonò.

«Ho trovato un vecchio giradischi al mercatino. Mi avevi detto che hai ancora i dischi di Mina. Vuoi provare se funziona?»

Accettai senza pensarci. Poi passai mezz’ora davanti all’armadio cercando una camicia che non sembrasse scelta con troppa attenzione.

A casa sua bevemmo tè in tazze diverse. Il giradischi gracchiava, ma funzionava. Quando partì una canzone che non ascoltavo da trent’anni, Sergio mi tese la mano.

«Non so ballare», dissi.

«Nemmeno io. Così nessuno dei due farà brutta figura.»

Ballammo in mezzo al soggiorno, evitando il tavolino e una pila di giornali. Durò meno di tre minuti. Per me fu come attraversare un confine.

Tornando a casa, sentii una sensazione che mi mise quasi paura. Avevo voglia che arrivasse il giorno dopo.

Ne parlai con mio figlio Matteo.

All’inizio pensò che Sergio fosse soltanto un amico del gruppo. Quando capì che ci vedevamo anche da soli, cambiò espressione.

«Mamma, non vorrei che ti illudessi.»

«Su cosa?»

«Su una relazione. A questa età le cose possono diventare complicate.»

Quella frase mi ferì più di quanto volessi ammettere.

A questa età.

Come se l’età fosse una stanza dalla quale non si può più uscire. Come se, superata una certa soglia, fosse consentito soltanto ricordare, badare ai nipoti, prendere medicine e non disturbare.

Gli chiesi cosa ci fosse di complicato nell’andare a cena con una persona che mi faceva stare bene.

Matteo rispose che voleva proteggermi.

«Da chi? Da una passeggiata? Da una telefonata? Dal fatto che posso essere felice?»

Non litigammo, ma chiusi la conversazione poco dopo.

Quella notte pensai a Giulio. Pensai ai nostri quarantadue anni insieme, alle discussioni, alle vacanze rimandate, alle domeniche trascorse a sistemare casa. Amarlo era stato una parte enorme della mia vita. Ma il suo ricordo non mi chiedeva di sparire.

Per molto tempo avevo creduto che tornare a sorridere significasse tradirlo. Poi capii che non era così. Nessun sentimento nuovo avrebbe cancellato ciò che avevamo avuto. Il cuore non è una lavagna sulla quale bisogna eliminare una storia per scriverne un’altra.

Qualche giorno fa Sergio è arrivato davanti a casa mia con una pianta di rosmarino.

«La tua si è seccata», disse. «Questa è più resistente.»

Avevo menzionato quella pianta settimane prima, quasi per caso. Lui se n’era ricordato.

La sistemammo insieme sul balcone. Poi restammo a guardare il tramonto senza parlare.

A un certo punto mi prese la mano. Non ci furono promesse, discorsi o parole importanti. Solo la sua mano nella mia e il rumore delle campane in lontananza.

Non so quanto durerà. Alla nostra età si impara che niente è garantito. Potrebbero essere anni, mesi o soltanto una stagione.

Ma questa volta non voglio misurare la felicità in base alla sua durata.

Mio figlio continua a essere preoccupato. Forse teme che io possa soffrire di nuovo. Potrebbe accadere. Vivere comporta sempre questo rischio.

Ma anche rinunciare ha un prezzo.

Io l’ho pagato per quasi sei anni, seduta ogni sera nello stesso punto, convinta che non desiderare nulla fosse il modo migliore per non perdere più niente.

Oggi aspetto le telefonate di Sergio. Compro due paste invece di una. Ho ricominciato ad ascoltare musica mentre cucino e domenica andremo a vedere il mare, anche se farà freddo.

A 73 anni non sto cercando di tornare giovane.

Sto soltanto tornando viva.