Ogni giovedì aspettavo un treno che non avrei mai preso
Mi chiamo Elena, ho quarantacinque anni e da quasi venti vivo in una cittadina di provincia dove tutti conoscono il rumore delle serrande degli altri.
La mia vita, vista da fuori, non ha crepe.
Gestisco una piccola farmacia insieme a mia sorella, abito in una casa luminosa con un terrazzo pieno di piante e ho un figlio di diciassette anni che non mi ha mai dato problemi seri. Non ho debiti impossibili, non ho subito tragedie, non porto addosso ferite che possano spiegare ciò che sento.
Forse è proprio questo il punto.
Non so indicare il giorno esatto in cui ho smesso di desiderare qualcosa.
È successo lentamente, come quando una stanza diventa buia e te ne accorgi soltanto quando non riesci più a distinguere i mobili.
Ogni mattina apro la farmacia alle otto meno dieci. Sollevo la saracinesca, disattivo l’allarme, accendo le luci e sistemo sul bancone il contenitore delle penne. Mia sorella arriva poco dopo con due cornetti, uno semplice per me e uno alla crema per lei.
Alle otto e cinque entra il signor Bellini per misurare la pressione.
Alle otto e venti passa la maestra in pensione che compra sempre le stesse gocce.
Verso le nove arrivano le madri con i bambini raffreddati, poi gli anziani con le ricette piegate in quattro e gli uomini che chiedono sottovoce qualcosa per dormire.
Io sorrido, ascolto, spiego dosaggi, cerco prodotti nei cassetti.
Sono gentile. Sono efficiente. Sono completamente assente.
A casa mi aspetta mio figlio, Davide. Suo padre se n’è andato quando lui aveva sei anni, ma non è stata una separazione dolorosa. Ci eravamo semplicemente consumati. Nessun tradimento, nessuna guerra. Due persone diventate estranee con educazione.
Davide è affettuoso, autonomo, brillante. La sera mi racconta della scuola mentre prepara panini enormi e lascia briciole ovunque. Io lo ascolto, gli faccio domande, gli ricordo di non passare tutta la notte al computer.
Recito bene anche la parte della madre presente.
Il problema è che quando lui mi abbraccia, io ricambio il gesto e dentro non succede niente.
Non è mancanza d’amore. Darei la vita per lui senza esitare.
Ma è come se ogni sentimento dovesse attraversare uno strato di vetro prima di raggiungermi.
A pochi metri dalla farmacia c’è una stazione ferroviaria. È piccola, con due soli binari e una sala d’attesa che profuma di polvere e caffè bruciato.
Ogni giovedì, durante la pausa, compro un tramezzino e vado lì.
Mi siedo sulla stessa panchina del secondo binario e aspetto il treno delle tredici e ventidue, quello diretto verso il confine.
Non devo prendere quel treno.
Non ho mai comprato un biglietto.
Eppure conosco tutte le sue fermate.
L’ho cercate una sera su internet e le ho imparate a memoria: città grandi, paesi di montagna, stazioni con nomi che sembrano promesse.
Quando il convoglio arriva, osservo la gente salire.
Una ragazza con lo zaino.
Un uomo con una valigia rigida.
Una coppia che discute davanti alla porta.
Ogni volta scelgo qualcuno e immagino di essere lui.
Mi invento una destinazione, un lavoro nuovo, una stanza in affitto, una vita in cui nessuno sappia chi sono e nessuno si aspetti da me il sorriso giusto al momento giusto.
Poi il controllore fischia.
Le porte si chiudono.
Il treno parte.
Io resto seduta.
Questa abitudine va avanti da quasi due anni e nessuno ne sa nulla. Non l’ho mai raccontato nemmeno a mia sorella, che mi considera la persona più equilibrata della famiglia.
Qualche settimana fa mi ha detto: «Tu sei fortunata, Elena. Non ti fai mai travolgere dalle cose».
Ho sorriso.
Non sapevo come spiegarle che non essere travolti può significare anche non essere più raggiunti da niente.
Giovedì scorso pioveva forte. Avevo chiuso la farmacia per la pausa e mi ero avviata verso la stazione senza ombrello. Quando sono arrivata, avevo i capelli bagnati e le scarpe piene d’acqua.
Sul tabellone c’era scritto che il treno avrebbe avuto quaranta minuti di ritardo.
Avrei dovuto tornare indietro.
Invece sono entrata nella biglietteria automatica e ho comprato un biglietto per la prima fermata.
Non per il confine. Non per una città lontana.
Solo per un paese a ventisette minuti da casa.
Quando il treno è arrivato, sono salita.
Mi sono seduta accanto al finestrino, col cuore che batteva così forte da farmi male. Avevo lasciato il telefono spento nella borsa. La farmacia era chiusa. Mia sorella sarebbe rientrata alle tre. Davide era a scuola.
Non stavo scappando.
Eppure mi sembrava di aver commesso un delitto.
Guardavo i campi scorrere dietro il vetro e mi accorgevo di dettagli inutili: una bicicletta abbandonata vicino a un casolare, un cane che correva lungo una recinzione, un lenzuolo rosso appeso sotto la pioggia.
Alla prima fermata sono scesa.
Non c’era niente di speciale. Una piazza, un forno, un bar con quattro tavolini vuoti.
Ho ordinato una cioccolata calda, anche se non la bevevo da quando ero ragazza. Era troppo dolce e mi ha bruciato la lingua.
Sono rimasta seduta per mezz’ora.
Poi ho preso il treno del ritorno.
Quando ho riacceso il telefono avevo sette chiamate di mia sorella e due messaggi di Davide. Ho inventato un guasto alla macchina. Nessuno ha fatto troppe domande.
Quella sera, mentre sparecchiavo, mio figlio mi ha guardata e ha detto: «Mamma, oggi sembri diversa».
Ho abbassato gli occhi sul piatto che tenevo tra le mani.
«Diversa come?»
Ha scrollato le spalle.
«Non lo so. Più sveglia».
Sono andata in bagno e ho chiuso la porta.
Mi sono fissata allo specchio per molto tempo.
Non ero felice. Non ero guarita. La mia vita non era cambiata.
Ma per ventisette minuti avevo fatto qualcosa che non avevo previsto.
Avevo scelto una strada senza utilità, senza spiegazioni, senza permesso.
E per la prima volta dopo anni avevo sentito paura.
Una paura piccola, quasi ridicola.
Ma era viva.
Domani è giovedì.
La farmacia chiuderà alle tredici.
Il treno partirà alle tredici e ventidue.
Questa volta ho già comprato il biglietto.
Una fermata più lontano.
