Racconti

Mi chiamo Augusto e questa è mia moglie Anna.

Da un po’ di tempo ci nascondiamo in casa per non dover badare ai nostri nipoti.

Quando sono diventato nonno per la prima volta, mi è sembrato che la vita mi avesse regalato una seconda giovinezza.

Nostra figlia Giulia diede alla luce una bambina, e io e mia moglie Anna eravamo al settimo cielo. Uscivo dal lavoro e, prima di tornare a casa, passavo sempre in qualche negozio. Non compravo nulla per me né per Anna. Trovavo sempre qualcosa per la piccola: un paio di calzini, un sonaglino, un peluche, un libretto morbido.

Anna rideva e diceva:

“Ma tanto non capisce ancora niente.”

E io rispondevo:

“Un giorno capirà. E poi fa felice me.”

Siamo diventati nonni abbastanza presto. Avevamo cinquantacinque anni. Lavoravamo ancora, avevamo ancora energie, riuscivamo ancora a passare un intero pomeriggio sul pavimento, circondati da costruzioni, pupazzi e briciole di biscotti. Quando nostra nipote cominciò a crescere, passava da noi alcuni fine settimana. La aspettavamo come si aspetta una festa.

Anna preparava frittate, polpette, budino di riso. Io tiravo fuori dal ripostiglio la palla, la seggiolina, i giocattoli che tenevamo solo per lei. La casa tornava a riempirsi di rumore di bambina, e quel rumore ci sembrava musica.

Poi Giulia ebbe un secondo figlio. Anche allora fummo felicissimi. Pensavo che una casa con più nipoti fosse una casa con più vita. E quando nacquero i gemelli, tutti ci dicevano che eravamo fortunati.

Quattro nipoti.

Una famiglia grande.

Un motivo per non sentirci vecchi.

E io ci credevo davvero.

A quel punto ero già in pensione. Avevo lavorato tutta la vita in fabbrica, alzandomi prima dell’alba e tornando a casa con le mani stanche e la schiena rigida. Sognavo una pensione tranquilla. Volevo sistemare il balcone, leggere, camminare la mattina, magari andare con Anna qualche giorno al mare fuori stagione, quando non c’era troppa gente e potevamo sederci in silenzio a guardare l’acqua.

Anna lavorava ancora come custode in un magazzino. Faceva turni di notte ogni pochi giorni. Non era un lavoro pesante da un punto di vista fisico, ma le notti la distruggevano. Tornava pallida, beveva una tisana e si sdraiava per dormire qualche ora.

Ma la tranquillità cominciò a sparire da casa nostra senza che ce ne accorgessimo.

All’inizio Giulia ci portava i bambini il sabato o la domenica. Telefonava prima, chiedeva se potevamo. Noi dicevamo quasi sempre di sì. Erano i nostri nipoti, come avremmo potuto non volerli vedere?

Poi cominciò a chiamarci durante la settimana.

“Papà, solo un paio d’ore. Devo andare a comprare alcune cose.”

Ma quelle due ore diventavano tutto il pomeriggio.

Un’altra volta diceva:

“Mamma, ho una visita dal medico. Tanto voi siete a casa.”

E poi:

“Dobbiamo sbrigare delle commissioni. A voi non costa niente.”

All’inizio sembrava vero. Dare loro da mangiare, cambiarli, controllare che non litigassero, portarli al parco. Ma quattro bambini non sono solo un po’ di compagnia. Quattro bambini fanno girare tutta la casa intorno a loro.

Uno voleva la merenda. Un altro piangeva perché la macchinina si era rotta. Uno dei gemelli lanciava giocattoli nel corridoio. L’altro rovesciava succo sul tappeto. C’erano briciole in cucina, calzini sul divano, asciugamani bagnati in bagno e urla da una stanza all’altra.

E Anna, dopo una notte senza dormire, cercava di sorridere mentre scaldava la minestra.

Cominciai a notare una cosa che mi spaventò.

Quando i nipoti se ne andavano, Anna e io non restavamo più a parlare di quanto fossero stati buffi o teneri. Ci sedevamo in cucina, circondati da piatti sporchi e giocattoli sparsi, e rimanevamo in silenzio.

Una sera lei appoggiò i gomiti sul tavolo, si coprì il viso con le mani e disse piano:

“Li amo con tutta l’anima. Ma non ce la faccio più.”

Mi fece male sentirlo, perché io provavo esattamente la stessa cosa.

Provai a parlare con Giulia. Con calma, senza arrabbiarmi. Le dissi che avevamo bisogno di essere avvisati prima. Che sua madre doveva dormire dopo i turni di notte. Che anch’io avevo diritto ad avere dei programmi, anche se ero in pensione.

Giulia si offese subito.

“Papà, sembra che tu stia parlando di bambini estranei. Sono i tuoi nipoti.”

E io rimasi zitto.

Perché quella frase pesa.

Certo che erano i miei nipoti. Il mio sangue. La mia gioia. I bambini per cui avrei fatto qualsiasi cosa. Ma questo significava forse che non potevo più stancarmi? Che la nostra porta doveva restare sempre aperta, anche quando noi riuscivamo a malapena a stare in piedi?

Dopo quella conversazione, Giulia cominciò a presentarsi senza avvisare.

Suonava il campanello, aprivamo la porta, e lì c’era lei con i quattro bambini, uno zaino, una borsa con vestiti e quella frase che ormai cominciavo a temere:

“Solo per un momento.”

Quel “momento” poteva durare fino a sera.

Un giorno Anna tornò dal turno di notte particolarmente distrutta. Le tremavano un po’ le mani mentre teneva la tazza di caffè. Le preparai il letto, abbassai la tapparella della camera e le dissi:

“Dormi. Oggi non fare niente.”

Lei annuì e si sdraiò.

Mezz’ora dopo guardai dalla finestra e mi si chiuse lo stomaco.

Giulia stava arrivando sul marciapiede con tutti i bambini. Uno trascinava un monopattino. Un altro portava uno zaino. I gemelli correvano davanti, saltellando. Sentii un misto di amore, paura e stanchezza così forte che rimasi immobile.

Andai in camera e sussurrai:

“Stanno arrivando.”

Anna aprì gli occhi. Aveva il viso grigio per la stanchezza.

Per alcuni secondi ci guardammo senza dire nulla. Poi lei disse una cosa che non avrei mai pensato di sentirle dire:

“Non aprire.”

Il campanello suonò poco dopo.

Una volta.

Poi ancora.

Poi i bambini cominciarono a bussare alla porta con le manine. Il telefono vibrava sul tavolo della cucina. Era Giulia che mi chiamava.

Noi eravamo dentro, in silenzio, come due colpevoli nascosti.

Mi avvicinai alla finestra e scostai appena la tenda. Vidi mia figlia guardare verso il nostro balcone. Vidi mia nipote indicare la porta. Vidi uno dei piccoli agitarsi, spostando il peso da un piede all’altro.

Provai vergogna.

Molta vergogna.

Ma per la prima volta dopo tanto tempo sentii anche che stavo scegliendo mia moglie. Noi due. La nostra stanchezza. La nostra salute.

Giulia continuò a chiamare ancora per un po’. Poi prese uno dei bambini per mano, radunò gli altri e se ne andò arrabbiata.

Quando sparirono dietro l’angolo, mi sedetti su una sedia. Anna uscì dalla camera e si sedette accanto a me.

“Siamo cattivi nonni?” chiese.

Non risposi subito. Mi costava parlare.

Alla fine dissi:

“No. Siamo solo persone stanche.”

Il giorno dopo Giulia chiamò offesa. Disse che era stata alla porta, che sicuramente eravamo in casa, che i bambini ci erano rimasti male. Questa volta non cominciai a chiedere scusa.

Le dissi:

“Ti vogliamo bene. Vogliamo bene ai bambini. Ma non siamo un asilo. Non siamo babysitter di turno. Siamo i tuoi genitori, e anche noi abbiamo bisogno di riposare.”

Dall’altra parte ci fu un lungo silenzio.

Non so se capì. Forse non subito. Forse si arrabbiò ancora di più. Ma io quel giorno capii una cosa: amare i nipoti non significa smettere di esistere.

Non vogliamo chiudere loro la porta.

Vogliamo solo che, prima di portarceli, qualcuno ci chieda se quel giorno abbiamo la forza di aprirla.

(Fonte: 15minuti.it)