Mi chiamo Riccardo, ho quarantasei anni e gestisco una piccola pasticceria nel centro di Pavia. Il locale era di mio padre. Prima ancora era stato di mio nonno. Per quasi sessant’anni, nella nostra famiglia, le giornate erano iniziate nello stesso modo: serranda alzata alle cinque, forno acceso, profumo di burro
LEGGIMi chiamo Marta, ho cinquantotto anni e da quasi trenta lavoro come sarta in un piccolo laboratorio di Ravenna. Non ho mai cucito abiti da passerella. Ho accorciato pantaloni, sistemato cerniere, ristretto giacche comprate troppo in fretta e salvato vestiti da cerimonia alla vigilia di matrimoni, battesimi e lauree. Il
LEGGIPer quasi due anni io e mia figlia Elisa abbiamo vissuto nella stessa casa come due estranee. Ci incontravamo al mattino davanti alla macchina del caffè, ci scambiavamo un saluto veloce e poi ognuna prendeva la propria strada. Lei usciva con lo zaino sulla spalla e le cuffie nelle orecchie.
LEGGIAvevo quarantadue anni quando persi il lavoro nello stesso mese in cui mia moglie decise di andarsene. Fino ad allora avevo creduto che la vita potesse rompersi solo un pezzo alla volta. Prima una crepa, poi un’altra, lasciandoti almeno il tempo di capire dove mettere le mani. Mi sbagliavo. Lavoravo
LEGGIAvevo trentadue anni e da quasi dieci lavoravo nello stesso mobilificio, in un paese dell’entroterra marchigiano. Non era il mestiere che avevo sognato da ragazzo. A diciotto anni volevo fare il fotografo, viaggiare, raccontare il mondo attraverso le immagini. Poi mio padre si era ammalato, mia madre aveva bisogno di
LEGGIDa un po’ di tempo ci nascondiamo in casa per non dover badare ai nostri nipoti. Quando sono diventato nonno per la prima volta, mi è sembrato che la vita mi avesse regalato una seconda giovinezza. Nostra figlia Giulia diede alla luce una bambina, e io e mia moglie Anna
LEGGIA diciannove anni ero convinto che chiedere aiuto fosse una forma di debolezza. Mia madre mi aveva cresciuto da sola lavorando in una lavanderia industriale. Da bambino la vedevo tornare a casa con le mani screpolate e l’odore del detersivo sui vestiti. Per questo avevo imparato presto a non domandare
LEGGIQuando acquistai il piccolo appartamento sul mare, pensavo di aver comprato soprattutto silenzio. Avevo sessantuno anni, un matrimonio finito da tempo e un figlio che viveva all’estero. Dopo quarant’anni trascorsi in una scuola elementare, desideravo giornate lente, libri lasciati aperti sul tavolo e nessuno che mi chiedesse continuamente qualcosa. Il
LEGGIMio padre aveva una regola semplice: ciò che non è tuo non può renderti felice. Me la ripeteva quando ero bambino, soprattutto quando tornavo a casa con una biglia trovata nel cortile della scuola o con una figurina che qualcuno aveva dimenticato sul banco. «Trovarla non significa che ti appartiene»,
LEGGIAvevo cinquantuno anni quando conobbi Andrea. Non in una situazione romantica. Niente pioggia improvvisa, valigie scambiate in aeroporto o sguardi tra gli scaffali di una libreria. Ci siamo incontrati in una lavanderia automatica, alle sette e venti di un martedì sera, mentre cercavo di capire perché una lavatrice si fosse
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