La donna che veniva ogni domenica con due tazze
Quando acquistai il piccolo appartamento sul mare, pensavo di aver comprato soprattutto silenzio.
Avevo sessantuno anni, un matrimonio finito da tempo e un figlio che viveva all’estero. Dopo quarant’anni trascorsi in una scuola elementare, desideravo giornate lente, libri lasciati aperti sul tavolo e nessuno che mi chiedesse continuamente qualcosa.
Il palazzo era vecchio, con le ringhiere arrugginite e un cortile dove crescevano limoni storti. Al piano di sopra abitava Ada, una donna di quasi ottant’anni che portava i capelli raccolti in uno chignon e indossava sempre una collana di perle.
La prima domenica bussò alle dieci del mattino.
Aveva in mano un vassoio con due tazze di caffè.
«Lei è la nuova vicina», disse. «Io la domenica bevo il caffè con qualcuno.»
Non era una domanda.
La feci entrare.
Ada parlava molto. Mi raccontò del marito morto dodici anni prima, del figlio emigrato in Canada e delle estati trascorse a cucire vestiti per le signore del paese.
La domenica successiva tornò.
Poi quella dopo ancora.
Ogni volta portava due tazze diverse: una con i fiori, una sbeccata sul bordo, una con la scritta “Venezia” quasi cancellata. Diceva che il caffè aveva un sapore diverso a seconda della tazza.
Io ascoltavo, ma con una certa distanza. Avevo cercato la solitudine e Ada sembrava intenzionata a sabotarla.
Una mattina mi disse:
«Domenica prossima tocca a lei venire da me.»
«Vedremo», risposi.
Non ci andai.
Quella sera trovai davanti alla porta un piattino con quattro biscotti e un biglietto:
“Le amicizie nuove hanno bisogno di pazienza. Quelle vecchie, invece, hanno bisogno di memoria.”
Mi sentii in colpa, ma non abbastanza da bussare.
Il sabato seguente ricevetti una telefonata da mio figlio. Mi comunicò che non sarebbe tornato per Natale. Aveva troppo lavoro, i voli costavano e forse sarebbe venuto in primavera.
Gli dissi di non preoccuparsi.
Poi rimasi seduta sul divano per più di un’ora, con il telefono ancora in mano.
La domenica mattina, alle dieci, nessuno bussò.
Aspettai dieci minuti.
Poi venti.
Alla fine salii al piano superiore.
La porta di Ada era socchiusa.
La trovai a terra in cucina. Era cosciente, ma non riusciva a rialzarsi. Era scivolata durante la notte e aveva passato ore sul pavimento, senza riuscire a raggiungere il telefono.
Chiamai l’ambulanza e rimasi con lei fino all’arrivo dei soccorsi.
«Sapevo che sarebbe venuta», sussurrò.
«Come poteva saperlo?»
«Perché oggi era domenica.»
Ada aveva una frattura al femore. Rimase in ospedale per quasi un mese.
Andai a trovarla ogni pomeriggio.
Le portavo riviste, arance, creme per le mani e tutte le notizie inutili del condominio. Lei criticava il caffè dell’ospedale e sosteneva che le infermiere fossero troppo giovani per capire la vita.
Quando tornò a casa, aveva bisogno di aiuto.
Cominciai a farle la spesa. La accompagnavo alle visite e cucinavo per entrambe. Lei, in cambio, mi insegnò a cucire, anche se diceva che tenevo l’ago «come una persona che sta disinnescando una bomba».
Quel Natale lo passammo insieme.
Apparecchiammo per due, ma Ada mise sul tavolo tre piatti.
«Il terzo è per chi ci manca», spiegò.
Non avevo mai sentito una frase così semplice e così giusta.
Ada morì cinque anni dopo, nel sonno.
Suo figlio arrivò dal Canada per il funerale. Mi abbracciò a lungo e mi consegnò una scatola che lei aveva preparato per me.
Dentro c’erano tutte le tazze usate durante le nostre domeniche.
Sul fondo trovai un biglietto:
“Cara Teresa, quando sono venuta da te con due tazze credevo di salvarti dalla solitudine. Solo dopo ho capito che eri tu a salvare me. L’amicizia è questo: due persone che si tendono la mano pensando di aiutare l’altra.”
Oggi ho settant’anni.
Ogni domenica preparo il caffè in due tazze, anche quando sono sola.
Una la uso io. L’altra resta davanti alla sedia vuota.
Non perché aspetti qualcuno che non tornerà.
Ma perché Ada mi ha insegnato che l’assenza non è sempre il contrario della presenza.
A volte è soltanto un altro modo di continuare a voler bene.
